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Meno matrimoni ma soprattutto meno giovani italiani

Il sociologo Maurizio Ambrosini invita a una lettura non «meccanica» dei dati Istat sui matrimoni in Italia. A partire dal calo della popolazione in età da matrimonio: quasi un milione di giovani in meno dal 2008. Intanto crescono le convivenze e lievita il numero di giovani-adulti che vivono nelle famiglie di origine. Emerge una diversa consapevolezza: il matrimonio come scelta e punto di arrivo

Parole chiave: Istat (55)
Meno matrimoni ma soprattutto meno giovani italiani

I matrimoni in Italia scendono sotto la soglia dei 200mila l'anno, calano sia le nozze religiose sia quelle civili, diminuiscono le prime nozze, aumenta l'età media degli sposi (ben oltre i 30 anni). Reggono, numericamente, i matrimoni civili fra gli stranieri. Sono alcuni elementi che emergono dal rapporto «I matrimoni in Italia nel 2013», diffuso ieri dall'Istat. «Bisogna cercare di far parlare i numeri - spiega al Sir Maurizio Ambrosini - e per questo ci vuole cautela». Sociologo, docente all'Università degli Studi di Milano e a Nizza (Francia), Ambrosini è fra l'altro noto per i suoi studi sulla famiglia e sulla popolazione immigrata in Italia.

Professore, lei mette in guardia rispetto a una interpretazione «meccanica» o affrettata dei dati, ma resta il fatto che gli italiani si presentano in misura decrescente all'altare o in comune per sposarsi. Cosa succede?

«Anzitutto occorre constatare, come fa l'Istat, che la popolazione giovane - diremmo ‘in età da matrimonio' - è in calo. Si parla di quasi un milione di giovani in meno dal 2008. Quindi, concretamente, abbiamo meno ‘candidati potenziali' alle nozze. Però sappiamo anche, da fonti diverse, di altre tendenze: ad esempio sono in aumento le convivenze e lievita pure il numero di giovani-adulti che vivono in famiglia, per le più svariate ragioni. Insomma, il concetto stesso di vita di coppia o familiare sembra si stia trasformando nella mentalità corrente».

 Significa che il matrimonio attira sempre meno i giovani?

«La risposta è più complessa. E partirei dal ricordare che da anni siamo di fronte a un pesante deterioramento delle condizioni economiche e occupazionali. Viene meno la sicurezza del posto di lavoro, il livello dei redditi si è contratto: è comprensibile che tutto questo agisca come freno rispetto a una progettualità affettiva e familiare di lunga durata. Aggiungerei un'altra annotazione: forse in passato ci si sposava anche con qualche disponibilità materiale in meno; oggi si desidera avere un lavoro sicuro, la casa di proprietà, un certo benessere… Il matrimonio sembra visto come un punto di arrivo anziché come un punto di partenza. Non a caso l'età media degli uomini che contraggono matrimonio è salita a 34 anni e quella delle donne è a 31 anni. Questo ha poi delle ricadute sulla decisione di avere figli e quindi genera altre implicazioni demografiche come il calo della natalità».

Dunque la complessa realtà economica si incrocia con fattori culturali a danno dei matrimoni?

«Potremmo dire che c'è una maggiore difficoltà a compiere scelte definitive. Così il ‘ti amerò per sempre' o il ‘finché morte vi separi' appaiono come promesse fuori tempo e spaventano una parte dei nostri giovani. Come spesso avviene, gli elementi economici, sociali e culturali - per così dire - si sostengono a vicenda».

Istat rileva dati differenti fra nord, centro e sud della Penisola. Ci sono due o tre «Italie» per quanto riguarda il matrimonio?

«In effetti i numeri mostrano, ad esempio, che i matrimoni civili sono molto più diffusi al nord, nonostante un ‘recupero' delle regioni meridionali. Si è più volte affermato che il nord del Paese è più secolarizzato. Io osserverei, piuttosto, che al sud sono ancora discretamente presenti forme tradizionali di socialità e di ritualità che nelle regioni settentrionali stanno progressivamente venendo meno. Per quel che so, il matrimonio al Sud è ancora una grande festa che coinvolge la famiglia allargata, gli amici e la comunità locale, e ha come perno la celebrazione religiosa».

I matrimoni civili, pur in calo, sono quasi la metà del totale in Italia. Davanti al sindaco si sposano tanti stranieri, persone in seconde nozze, persone di altre fedi religiose, atei convinti. Ci sono indicazioni da trarre?

«Mi pare s'imponga una lettura ambivalente. Anzitutto si può pensare a una certa perdita di rilevanza sociale della religione. Ma ritengo che si debba inoltre sottolineare un elemento di maturazione soggettiva, che va apprezzato. Nel senso che c'è anche chi decide, controcorrente, di sposarsi, e sposarsi in chiesa e sempre più una scelta ponderata e voluta. Il matrimonio appare sempre meno come una scelta ‘trascinata', indotta dall'ambiente, dal contesto socio-culturale in cui si vive. C'è, se vogliamo, una nuova consapevolezza: decido, un po' fuori dal coro, di sposarmi, lo faccio con convinzione. A maggior ragione quando si tratta di un matrimonio religioso tra giovani istruiti residenti al nord».

Istat segnala che i matrimoni fra cittadini stranieri rimangono in crescita. Perché?

«Qui occorre registrare il fatto che la popolazione estera presente in Italia è mediamente giovane e decide di sposarsi in chiesa se cattolica o in municipio se praticante altre fedi religiose».

Ancora una domanda. I matrimoni fra italiani e stranieri sono piuttosto numerosi; nell'80% dei casi si tratta di uomini italiani con donne di altra nazionalità, in genere più giovani. Come leggere questo fatto?

«In questo caso i dati sono lì, nei numeri. Piuttosto metterei in luce un aspetto. Noi italiani a volte tendiamo a lamentare una sorta di timore ancestrale legato al ‘ratto delle Sabine'. Il timore, dice qualcuno, che ‘gli stranieri ci rubino le donne'. Qui abbiamo un dato diverso: l'italiano maschio, adulto, magari al secondo matrimonio, cerca la moglie straniera, di solito nettamente più giovane. Ed è un fatto sociale generalmente accettato. Lo è molto meno se è la donna italiana che sposa un giovane straniero».

Fonte: Sir
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