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Se i giovani rimettono in discussione le risposte degli adulti e della Chiesa

Si terrà nell’ottobre del 2018 il Sinodo che avrà come tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» e già comincia, in tutta la Chiesa, il lavoro di preparazione che, nelle singole diocesi, può costituire un’importante occasione per fare un serio bilancio e per immaginare una nuova progettazione.

Giovani alla Gmg di Cracovia (Foto Sir)

Il documento preparatorio – indirizzato nel gennaio scorso a Sinodi dei Vescovi, Consigli delle Chiese orientali cattoliche, Conferenze episcopali, Dicasteri e Unione dei superiori generali – contiene, come per i Sinodi sulla famiglia, un questionario che dovrebbe consentire di intercettare la realtà effettiva del mondo giovanile e del suo rapporto con la Chiesa. Una seconda modalità di consultazione aperta a tutti i giovani si realizzerà – e questa è una novità – attraverso un sito Internet, con un questionario sulle loro aspettative e la loro vita. Le risposte ai due questionari che – dovranno pervenire per la prima settimana di maggio – costituiranno la base per la redazione del Documento di lavoro o Instrumentum laboris, che sarà poi il punto di riferimento per la discussione dei Padri sinodali.

È evidente l’intento, in linea con lo stile di papa Francesco, di dare un ruolo importante all’ascolto, non escludendo nessuno, per evitare che il dibattito ecclesiale all’interno del prossimo Sinodo si svolga sul piano di luoghi comuni e di principi astratti, che lo renderebbero in partenza autoreferenziale. Fin dall’annuncio della sua celebrazione, infatti, è stato chiaro che la riuscita di questa assise dipenderà dalla sua capacità di non limitarsi a un discorso sui giovani (se ne fanno già tanti!), ma di aprire o comunque potenziare il dialogo coi giovani.

Alcuni, per la verità, ritengono il problema inesistente o quasi. Non testimoniano forse le Giornate mondiali della gioventù – compresa l’ultima, tenuta a Cracovia nel luglio scorso – l’entusiastica adesione di centinaia di migliaia, se non di milioni, di ragazzi e ragazze, alla Chiesa e al Papa? Non sono quei volti sorridenti, quei cori plaudenti, la prova tangibile che i giovani sono ancora con noi, a dispetto delle voci che seminano pessimismo?

In realtà, già da tempo gli osservatori più attenti hanno segnalato che fenomeni di massa come le Gmg corrispondono a una tendenza tipica del nostro tempo, che anche in altre occasioni (si pensi ai funerali, anni fa, di Lady Diana!) ha visto la mobilitazione di masse imponenti sotto la spinta di forti emozioni collettive veicolate dai mass media. Questo non significa che le Giornate mondiali della gioventù non valgano nulla – è già annunziata la prossima, nel 2019, a Panama –, ma che non possono sostituire un rapporto più organico, più profondo, più capillare, tra la Chiesa e i giovani, entro cui anche questi grandi raduni possono e devono situarsi, per non restare splendide «cattedrali nel deserto».

Si riferisce esplicitamente a questo problema la domanda 11 del questionario: «In quale modo le Giornate mondiali della gioventù o altri eventi nazionali o internazionali riescono a entrare nella pratica pastorale ordinaria?». Ma più significative ancora sono domande come quella n. 6 – «Nel vostro Paese/i quali spazi di partecipazione hanno i giovani nella vita della comunità ecclesiale?» – e n.7: «Come e dove riuscite a incontrare i giovani che non frequentano i vostri ambienti ecclesiali?».

Già. Perché – per limitarci all’Italia, che pure, fra tutti i Paesi europei, è forse quello dove ancora l’adesione alla Chiesa e la partecipazione al culto religioso sono maggiormente  diffusi – , è sotto gli occhi di tutti l’abbandono massiccio della vita ecclesiale da parte dei ragazzi che hanno fatto la prima comunione o, al massimo, dopo la cresima. Non a caso un libro di grande successo di qualche anno fa, ampiamente documentato, si intitolava La prima generazione incredula. Certo, nei movimenti e nelle associazioni giovani ce ne sono tanti. Ma non bisogna dimenticare che queste aggregazioni, per quanto consistenti, sono una parte minoritaria del mondo cattolico. Il popolo di Dio svolge la sua vita di fede prevalentemente nelle parrocchie e lì la presenza dei giovani è spesso evanescente o comunque inadeguata, quantitativamente e qualitativamente.

Né basta che ci sia il «gruppo giovanile». La complessità della vita odierna ha determinato (e non c’è da esserne rattristati) l’estinzione della figura del giovane-cattolico-tutto-d’un-pezzo. Oggi non è più possibile determinare le appartenenze in base a regole rigide. I percorsi individuali diventano più problematici e richiedono un accompagnamento faccia a faccia, che permetta al ragazzo e alla ragazza di essere aiutati, nel loro discernimento delle situazioni concrete, attraverso un dialogo personale. Un tempo si chiamava «direzione spirituale», e forse era troppo paternalistica. Ma noi, nella nostra pastorale attuale, abbiamo gettato l’acqua insieme al bambino e il rapporto da persona a persona è sparito o quasi, sostituito (non integrato!) dalle feste-giovani, dai convegni, dalle sagre. Altro che rapporto individuale. Neppure ci si confessa più!

Perciò, probabilmente, nel questionario la domanda n.13 suona: «Che tempi e spazi dedicano i pastori e gli altri educatori per l’accompagnamento spirituale personale?». Non solo i pastori, i presbiteri o i diaconi, ma anche i laici e le laiche maturi possono ben offrire questo servizio, come sempre è avvenuto nel passato. Ma bisogna volerlo e ripristinare, nelle nostre comunità, questa prospettiva.

Il Sinodo apre lo spazio per queste riflessioni e per tante altre che potremo fare nei prossimi mesi. Soprattutto, come si diceva, ci costringe all’ascolto di quello che i giovani chiedono agli adulti e alla Chiesa in particolare. Sono domande spesso scomode. Sapremo trovare il coraggio di interrompere la nostra vorticosa routine per lasciaci interrogare e rimetterci in discussione?

Se i giovani rimettono in discussione le risposte degli adulti e della Chiesa
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