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Dal n. 24 del 25 giugno 2006

Nazareno Taddei, il padre della Messa in tv

Negli ultimi tempi ripeteva spesso che «Tutto è provvidenziale». Ne aveva fatto una sorta di motto. Anche alla morte ci pensava, eccome. Si direbbe che era pronto al grande passo. E allora non è senza significato quell'ultimo respiro poco prima di mezzanotte nella festa del Corpus Domini dopo un ricovero, prima a La Spezia e poi al «Don Gnocchi» di Sarzana, iniziato nel giorno di Pasqua.
Così se n'è andato padre Nazareno Taddei, il gesuita massmediologo, l'«inventore» della Messa in tv.
DI ANDREA FAGIOLI

di Andrea Fagioli
Negli ultimi tempi ripeteva spesso che «Tutto è provvidenziale». Ne aveva fatto una sorta di motto. Anche alla morte ci pensava, eccome. Si direbbe che era pronto al grande passo. E allora non è senza significato quell'ultimo respiro poco prima di mezzanotte nella festa del Corpus Domini dopo un ricovero, prima a La Spezia e poi al «Don Gnocchi» di Sarzana, iniziato nel giorno di Pasqua.
Così se n'è andato padre Nazareno Taddei, il gesuita massmediologo, l'«inventore» della Messa in tv, uno dei «due disonauri» (l'altro è il cardinale Carlo Maria Martini) come amava definire i suoi «due migliori allievi» il padre Roberto Busa, per 30 anni insegnante di filosofia ai gesuiti.

Emiliano di nascita (era nato a Bardi in provincia di Parma il 5 giugno 1920), trentino d'adozione, di formazione giovanile e di spirito, padre Taddei era salito agli onori della cronaca soprattutto per la sua amicizia con registi come Fellini, Pasolini e Blasetti, ma soprattutto per essere stato mandato in esilio, nel 1960, a causa di una recensione favorevole a La dolce vita.

Presentandosi per la prima volta in internet, il 4 dicembre 1995 giorno d'avvio delle sue prediche in rete, disse di essere «il gesuita Nazareno Taddei, non più giovanissimo (almeno di età), che – forse l'avrete letto sui giornali – è stato mandato letteralmente in esilio ai tempi de La dolce vita di Fellini per aver interpretato positivamente il film, pur con tutte le riserve che meritava; e che si è fatto un sacco di nemici tra i cattolici per essere stato amico di Pasolini, discutendo però anche animatamente con lui quello che andava discusso».

Incomprensioni svanite del tutto, il 24 novembre scorso, presso il Monastero di Santa Scolastica a Subiaco, poco sotto il Sacro Speco, quando, in una suggestiva atmosfera benedettina, era stato consegnato a padre Taddei il Premio speciale «Robert Bresson» dell'Ente dello Spettacolo «per l'impegno profuso, per oltre mezzo secolo, nell'ambito delle comunicazioni sociali e in particolare della televisione e del cinema». A consegnarlo un suo ex allievo: monsignor Francesco Cacucci, attuale arcivescovo di Bari-Bitonto. E con lui, monsignor Dario Viganò e il professor Francesco Casetti.

Autore di una «Teoria della comunicazione di massa» e delle metodologie della «Lettura strutturale» (per un approccio critico ai media) e della «Strategia dell'algoritmo contornuale» (per le nuove forme di comunicazione), Taddei aveva fondato e presieduto il Centro internazionale dello spettacolo e della comunicazione sociale, con sede prima a Roma e poi a La Spezia. Docente universitario, autore di numerosi libri e saggi, aveva tenuto corsi in varie parti del mondo. Consulente di noti registi, aveva creato e diretto per 8 anni le trasmissioni religiose della Rai curando la regia delle prime Messe in tv.

L'ultima uscita pubblica, Taddei l'aveva dedicata ai suoi allievi e al «suo» Papa con il convegno annuale, nel febbraio scorso, intitolato a «Papa Wojtyla e la nuova cultura massmediale» convinto di aver trovato nell'articolo 37 della Redemptoris Missio la più autorevole conferma alle sue teorie sui mass media: «L'evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso… Questa nuova cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici… Non basta usare i mass media per diffondere il messaggio cristiano e il Magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio cristiano in questa nuova cultura».

Fellini: «Fratellino, aiutami a capire a che punto è la mia fede»
«La vostra fraterna amicizia mi dà un senso così benefico di protezione, da stimolarmi a vivere e lavorare in letizia... Grazie, grazie per sempre di darmi la prova così confortante che il sentiero che mi appare e scompare è, forse, quello giusto». Parola di Federico Fellini, il «dissacratore» Fellini, che così si rivolgeva, inaspettatamente, ad un membro della Compagnia di Gesù. Era il 27 marzo 1960. La missiva portava l'indirizzo di padre Nazareno Taddei, che sulla rivista «Letture» aveva appena firmato una lusinghiera recensione de La dolce vita.

«Ah, i gesuiti», aggiungeva il grande regista ignaro che di lì a poco sarebbe scoppiato un putiferio e il giovane religioso del Centro San Fedele di Milano avrebbe pagato quelle pagine con l'esilio.
La dolce vita, a giudizio di Taddei, trattava il tema della Grazia. Negli incontri con il regista non ne aveva mai parlato, ma un giorno, all'improvviso, gli chiese: «Cos'è secondo te la Grazia?». Fellini gli rispose di botto: «Che cos'è la Grazia se non quella realtà, come Paolina nel film, che tu non capisci e la rifiuti, ma lei sorride e ti dice: “Vai pure! Mi troverai sempre ad aspettarti”?».
Per Taddei si trattò di una «risposta teologicamente perfetta, espressa però con linguaggio non da trattati teologici, ma a parole semplici, che sintetizzano il discorso che aveva fatto con immagini tuttaltro che devote».
Delle conseguenze per il gesuita, Fellini accennò in un'altra lettera datata 8 gennaio 1961. Dal lei si era passati al tu e ad alcuni vezzeggiativi a testimonianza di come tra i due, nel frattempo, fosse aumentata la confidenza e l'amicizia. Fellini nell'accennare al suo nuovo film («che con molta probabilità dovrai difendere») metteva in guardia Taddei dal rischio definitivo della «scomunica» e poi aggiungeva: «Carissimo fratellino, ti ho pensato spesso e a volte con un senso di acuto rimorso, sebbene io non mi senta in colpa. E penso che un sentimento che nasce da profonda gratitudine e da amicizia possa ricompensare qualunque dispiacere, quando si ha anche solo la speranza di avere agito secondo la convinzione della propria coscienza».
In una lettera successiva, datata 16 marzo 1962, Fellini annunciava di voler capire a che punto era la sua fede: «Una volta o l'altra affronteremo a fondo la questione e tu – scriveva rivolto a Taddei – mi aiuterai a capire se sono proprio cattolico oppure no».

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