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Imam e pastori a scuola di Costituzione italiana

Sarà il campus di Ravenna dell’Università di Bologna ad ospitare il percorso formativo, destinato a 30 guide spirituali provenienti da paesi extracomunitari e segnalate da comunità religiose «note» al Ministero anche se, finora, «prive» di un’intesa con lo Stato. Tra i docenti del corso, voluto dal Ministero degli interni, Pierluigi Consorti, che insegna all’Università di Pisa. Lo abbiamo intervistato

UIslamici in preghiera in una moschea (Foto Sir)

Lezioni di Costituzione italiana per imam, pastori, sacerdoti e altri ministri di culto di comunità religiose che non hanno stipulato intese con lo Stato. La fondazione Flaminia di Ravenna metterà a disposizione delle guide spirituali segnalate da comunità islamiche, ortodosse, protestanti che vorranno aderire all’iniziativa esperti in questioni religiose, sociologi, docenti di diritto ecclesiastico, costituzionale e canonico.

I partecipanti al corso – osserva il direttore del progetto, il professor Giovanni Cimbalo «saranno informati sui principi costituzionali in materia di libertà religiosa e di coscienza, libertà di disporre di edifici di culto, libero esercizio del culto, rispetto dei diversi culti e dei non credenti, libertà di celebrare i riti della propria religione e obblighi di legge da rispettare».

La fondazione Flaminia ha vinto, un po’ a sorpresa (l’altro progetto candidato è stato bocciato per un vizio formale) una gara bandita dal Ministero degli interni e finanziata con fondi della Comunità europea. I docenti, una quindicina, provengono dal Consorzio interuniversitario Siti (Cois) di Ravenna, dalle università statali di Bologna, Calabria, Salerno, Firenze, dalla Lum di Bari e dal Centro interdisciplinare di Scienze per la pace (Cisp) dell’università di Pisa.

Non è privo di significato il fatto che a coordinare il corso sarà una giovane docente, la professoressa Federica Botti, dell’Università di Bologna, responsabile scientifica del Cois.

Sarà il campus di Ravenna dell’ateneo bolognese ad ospitare il percorso formativo, destinato a 30 guide spirituali, regolarmente residenti in Italia, provenienti da paesi extracomunitari e segnalate da comunità religiose «note» al Ministero anche se, finora, «prive» di un’intesa con lo Stato.

Il professor Pierluigi Consorti, cattolico, docente di diritto e religione al dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo pisano e fino al recente passato direttore del Cisp di Pisa, è uno dei riferimenti del gruppo di esperti che ha lavorato al progetto formativo.

«Già altri Paesi europei, in passato, hanno deciso di investire nella formazione di imam – dice a Toscana Oggi il professor Consorti – da Vienna a Barcellona, da Amsterdam a Berna, passando per Parigi,  Lovanio, Strasburgo ed altre città ancora si sono moltiplicate, nel recente passato, scuole, istituti, collegi, corsi, master con l’intento di formare i leader delle comunità musulmane. L’Italia ha, infine, seguito questa tendenza».

Altrove iniziative di questo tipo sono state ben recepite?

«Non sempre, soprattutto laddove si è sbagliato l’approccio con le comunità islamiche. In Francia, ad esempio, è lo Stato, attraverso queste scuole, a filtrare i candidati a guidare le comunità islamiche. Questa è di fatto un’intromissione statale che può favorire lo sviluppo di comunità radicali, più attente ad una legittima autonomia ».

Qual è stato fino ad oggi l’approccio dello Stato italiano nei confronti delle comunità islamiche? 

«Ad oggi l’Islam non ha una intesa con lo Stato italiano. Questo perché sono falliti, nel tempo, i diversi tentativi di riunire in un unico soggetto le diverse anime dell’Islam: tutte vorrebbero un’intesa autonoma. E forse hanno ragione: chiedere all’Islam di presentarsi con un solo volto è come chiedere ai cristiani di risolvere d’un colpo, le differenze – anche teologiche – tra le diverse confessioni ed eleggere un unico interlocutore. Lo scorso anno in Viminale – allora presieduto dal ministro Angelino Alfano – si insediò il Consiglio per le relazioni con l’islam italiano affidandone il coordinamento a Paolo Naso, docente di Scienza politica e Giornalismo politico alla Sapienza, coordinatore del Master in religioni e mediazione culturale e coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Il Consiglio si è riunito di nuovo con il nuovo ministro dell’Interno Marco Minniti nei giorni scorsi. Anche se questo organismo ha poteri solo consultivi, mi pare che già solo l’idea di un islam italiano ricalchi l’approccio sbagliato portato avanti dai cugini transalpini. Banalizzo: gli arabi, che hanno generosamente finanziato la moschea di Roma (frequentata, per lo più, da diplomatici e politici islamici e non dal popolo) difficilmente si riconosceranno nelle posizioni dell’Unione delle comunità islamiche (Ucoi)».

Proviamo a ragionare su alcuni timori espressi dalla pubblica opinione a proposito delle moschee. Il primo: non sono solo luoghi di preghiera…

«È vero. Ma non ci vedo niente di male. Anche le parrocchie non sono solo luoghi di preghiera, ma anche luoghi di formazione alla Bibbia, centri di aggregazione per giovani ed anziani…».

Dalle moschee dovrebbe essere bandito l’arabo…

«Mi sembra un falso problema. L’arabo è per le comunità islamiche in Italia un po’ come il latino per le comunità cattoliche: anche in Italia puoi trovare chiese dove si celebra la Messa in latino, ma devi cercarle con il lanternino. Così per l’Islam: i musulmani che si ritrovano nei luoghi di culto provengono, in molti casi, da paesi diversi, dove si parla una lingua diversa; se hanno una lingua che li accomuna, questa è l’italiano (forse un po’ stentato), l’arabo è utilizzato solo per certe espressioni rituali. Certo, può capitare di incontrare comunità islamiche formate da connazionali e che decidono di parlare nella loro lingua nazionale: ad esempio incontrare islamici albanesi che parlano e pregano in albanese. Lo trovo peraltro normale. Come trovo normale che i metodisti provenienti dalla Cina che si ritrovano, ad esempio, a Pisa, preghino … in cinese».

Se l’approccio dei promotori del corso non è, ci pare di capire, giustificato da motivi di ordine pubblico, con quale intento nasce?

«Nasce dalla consapevolezza che il concreto esercizio della libertà religiosa – in piena autonomia confessionale e nel rispetto dei diritti e dei doveri di ognuno – è uno strumento essenziale per la costruzione della convivenza e la tolleranza reciproca».

La scheda

Sono dodici le confessioni diverse da quella cattolica che hanno stipulato intese con lo Stato: la Tavola valdese, l’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, la Chiesa evangelica luterana, la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia e l’Esarcato per l’Europa meridionale, la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, la Chiesa apostolica in Italia, l’Unione buddista, l’Unione induista italiana «Sanatana Dharma Samgha». L’ultima confessione in ordine di tempo ad aver ottenuto l’intesa è stato l’Istituto buddista italiano «Soka Gakkai». Molte altre confessioni restano fuori da questa intesa: 47 gli enti di culto diversi dal cattolico che hanno personalità giuridica: dall’Associazione dei cristiani ortodossi in Italia al Centro culturale islamico d’Italia passando per la Comunità armena dei fedeli di rito armeno gregoriano, la Chiesa cristiana millenarista, le Chiese Elim d’Italia. L’iniziativa del Ministero è rivolta proprio a queste, anche se esclude ad esempio altre realtà che una personalità giuridica non l’hanno ancora ottenuta o richiesta.

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