Lettere
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Dal n. 20 del 28 maggio 2006

Un segno di speranza per i carcerati

Caro Direttore,
il cammino verso il convegno ecclesiale di Verona si nutre di preghiera, incontri, gesti. La Chiesa ha voluto offrire un segno di speranza molto alto con la visita del card. Martino al carcere di Arezzo. Penso che ogni credente sia grato a lui e alla Conferenza episcopale da lui rappresentata per non aver dimenticato, fra le varie «piazze», quella così appartata e quasi invisibile che è il carcere. I detenuti hanno certamente colto la portata di questo gesto, caricandolo di attese e di speranze, come già era successo nel corso del giubileo in seguito alla visita di Giovanni Paolo II a «Regina Coeli».

Vorrei che la stessa attesa e la stessa speranza pervadessero tutta la Chiesa, che ogni credente sentisse l'urgenza della riconciliazione e dell'accoglienza, anche nei confronti di persone che hanno sbagliato. Se così non fosse il senso della visita del cardinal Martino dovrebbe necessariamente essere ridimensionato, ed anzi, la Chiesa avrebbe la responsabilità di offrire vane illusioni. In Italia, ed anche in Toscana, da quaranta anni è presente un organismo, il Seac, formato da gruppi di volontariato penitenziario di ispirazione cristiana. Il suo stile è quello della gratuità e della ferialità: ascolto, accompagnamento dei detenuti nel corso dell'esecuzione penale, aiuto a cercare prospettive di reinserimento, sostegno delle famiglie... E poi formazione, perché il carcere non ha bisogno di interventi estemporanei, ma di precise competenze.

Mi auguro che nei mesi che ci separano dal convegno ecclesiale, ma anche dopo, ogni Chiesa locale sappia valorizzare questa risorsa, e sentire con sempre maggior attenzione la richiesta di evangelizzazione e riconciliazione che arriva dal mondo della pena.
Luisa Prodi
Pisa

Per una settimana, dall'8 al 14 maggio, Arezzo è stata protagonista di uno dei cinque eventi voluti dalla Cei, in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona. Con le «Piazze di Maggio» sono emerse le varie realtà «in cui si esprime la dimensione dell'appartenenza civile e sociale degli uomini»: da quelle più note e riconosciute a quelle poco considerate perché non si vedono o perché si preferisce non vederle.
L'attenzione si è rivolta così a due, accomunate, per così dire, dalla reclusione scelta o subita: la clausura e il carcere. Le monache del Monastero di S. Teresa Margherita in un incontro con gli studenti della città hanno sottolineato il loro essere con gli altri e esserci per gli altri: la vita claustrale infatti, che dà il primato alla preghiera, non allontana né estranea perché, quando è autentica, è una scelta d'amore per Iddio e per i fratelli.
Il card. Martino, visitando il carcere di S. Benedetto, ha ricordato ai detenuti che nessuno può essere inchiodato per sempre al suo passato. È questo un messaggio forte che dà speranza a chi sta scontando una pena, anche per reati gravi. Certo bisogna volerlo, ma anche la comunità deve dare concretamente una mano e non chiudere gli occhi su una realtà che è anch'essa parte della città. In quest'ottica le iniziative dei gruppi di volontariato penitenziario, presenti in molte città toscane, che lei, gentile signora Luisa, ci segnala, vanno in questa direzione e offrono aiuto concreto. Gruppi che meritano di essere maggiormente conosciuti e valorizzati, perché svolgono davvero un apostolato di frontiera.
Il card. Martino ha anche invocato «un atto di clemenza in qualsiasi forma i legislatori decideranno di farlo». È una via da percorrere, purché lo si faccia con saggezza, senza strumentalizzazioni politiche, soprattutto senza suscitare attese che vengono poi deluse, come è già successo altre volte.

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