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Chi ci rimette è sempre la famiglia con figli

Tornano a salire gli italiani a rischio povertà o esclusione sociale: stando al recente rapporto dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su Condizioni di vita e reddito, nel 2015 ben il 28,7% dei nostri connazionali (mezzo punto in più dell’anno precedente) ha dovuto fare i conti con significative ristrettezze economiche.

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Parole chiave: Istat (88)
Famiglia

Siamo sotto al record del 2012 (quando il dato toccò il 29,9%), ma resta il timore per una dinamica che, nel recente passato, ha comunque espresso un trend crescente, complice il perdurare di una crisi economica capace, ad esempio, di ridurre ben l’11,5% degli italiani – dice ancora l’Istat – in condizioni di grave deprivazione materiale (erano il 6% una decina d’anni fa). Nel dettaglio, il rapporto rappresenta un paese fortemente diviso: quasi la metà della popolazione del Mezzogiorno (il 46,4%) risulta a rischio povertà o esclusione sociale, a fronte del 24,0% e del 17,4% che si registrano, rispettivamente, nelle regioni centrali e settentrionali.

Resta significativa, inoltre, anche la disuguaglianza dei redditi, misurata con l’indice di Gini (pari a 0,324; la media europea è 0,310); in particolare, il 20% più ricco percepisce il 37,3% dei redditi, mentre il 20% più povero soltanto il 7,7%. In valore assoluto, la metà delle famiglie italiane dispone di un reddito netto mensile inferiore a 2.016 euro. Fin qui il documento nella sua sintesi giornalistica.

Scorrendo le 19 pagine dell’indagine, tuttavia, si incontrano numeri che, a dispetto della ridotta eco mediatica ricevuta, danno la misura di differenti e forse ancor più preoccupanti emergenze, che minacciano fra le altre la stessa sostenibilità economica e demografica del nostro paese. Se, infatti, solo il 18,4% delle coppie senza figli risulta a rischio povertà o esclusione sociale (con il 7,3% in condizioni di grave deprivazione), laddove i figli ci sono il dato medio schizza al 29,1% e tocca persino il 48,3% quando i figli sono tre o più (in questo caso sono addirittura il 20% le famiglie gravemente deprivate). A ben vedere si tratta di un divario quantitativamente analogo a quello territoriale, che tuttavia non solo risulta molto meno avvertito dall’opinione pubblica, ma che soprattutto continua a non sollecitare risposte da parte delle nostre istituzioni. Resta infatti il paradosso di un istituto – quello della famiglia – che nel recente passato è stato al centro di un vivace dibattito pubblico e di notevoli revisioni normative (dalle unioni civili al divorzio breve), ma che, laddove si mettono al mondo figli e si costruisce futuro, continua ad attendere, paziente e sempre più malconcio, le riforme troppe volte promesse.

Quozienti familiari, incentivi strutturali, interventi per coniugare lavoro e famiglia: il cimitero degli impegni traditi conta ormai moltissime croci, mentre i riflettori continuano a volgersi altrove, come se non fosse questo un tema chiave per il futuro del Paese. Qualche settimana fa fu ancora l’Istat a ricordare che il numero di figli per ciascuna donna italiana, nel 2015, ha toccato il suo minimo storico, a 1,27; i nuovi numeri, oggi, completano il quadro di un’emergenza sempre più insopportabile, eppure sempre più estranea – apparentemente – alle preoccupazioni del mondo contemporaneo.

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