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Dal n. 11 del 19 marzo 2006

Droga, è inutile cercare scorciatoie che non ci sono

Della proposta di legge n. 76 che è stata presentata al Consiglio regionale della Toscana (e che s'intitola assai solennemente «Norme di organizzazione degli interventi sull'uso problematico di sostanze psicoattive e sulle dipendenze patologiche nel servizio sanitario regionale») s'è già parlato anche troppo, soprattutto per quanto riguarda la messa in opera delle «sale per drogarsi» (hanno chiamato così quei luoghi nei quali potrebb'esser possibile assumere droghe senza correre il rischio d'incidenti).
DI UMBERTO SANTARELLI

Droga, è inutile cercare scorciatoie che non ci sono

di Umberto Santarelli
Della proposta di legge n. 76 che è stata presentata al Consiglio regionale della Toscana (e che s'intitola assai solennemente «Norme di organizzazione degli interventi sull'uso problematico di sostanze psicoattive e sulle dipendenze patologiche nel servizio sanitario regionale») s'è già parlato anche troppo, soprattutto per quanto riguarda la messa in opera delle «sale per drogarsi» (hanno chiamato così quei luoghi nei quali potrebb'esser possibile assumere droghe senza correre il rischio d'incidenti).

Com'era più che prevedibile non ha giovato alla serenità della discussione la contemporaneità con una campagna elettorale che di certo non si segnala per la civiltà dei toni né per la serietà nella scelta degli argomenti da trattare. Insomma, è andata a finire che nella gazzarra generale s'è aggiunto un argomento in più su cui vociare a squarciagola.

Se un'osservazione si potesse fare, anche se con poca speranza d'esser ascoltati, verrebbe fatto di constatare che prima di «passare agli articoli» (come si dice in gergo) sarebbe necessario intendersi (o, per lo meno, contare le opinioni) sul punto dal quale partire. Nessuno dubita che in qualunque istituzione di questo mondo le norme non sono affatto il prodotto arbitrario d'un legislatore capace di esercitare sovranamente e a occhi chiusi la propria funzione, ma rappresentano lo strumento necessario perché l'istituzione persegua i proprî scopi e affermi i proprî valori; e questi valgono, più che per il loro valore «oggettivo», per il fatto d'esser accettati come tali da chi vive nell'istituzione.

Per questo legiferare significa prima di tutto confrontare tra loro i valori e, alla fine d'un dibattito che può anche esser durissimo ma che deve sempre restar civile, scegliere quelli dai quali estrarre le norme. In questo caso, prima di addentrarsi nelle singole scelte normative, c'è da rispondere a una domanda preliminare di fondo, che resta assolutamente ineludibile: drogarsi è un valore o un disvalore? E, di conseguenza, per quello che la proposta di legge n. 76 chiama «uso problematico di sostanze psicoattive», si può parlare o no d'un diritto di libertà il cui esercizio debba esser garantito? Solo dopo aver risposto chiaramente a questa domanda senza inutili sfumature o vani giri di parole si potrà procedere oltre senza correre il rischio di cucire un inutile vestito d'Arlecchino.

Certo, come sempre quando si ragiona di cose tanto serie, c'è il pericolo terribile che, dando una risposta sbagliata alla domanda prima, tutte le soluzioni particolari finiscano col far danni anche enormi. Ma non c'è nulla da fare: perché, se vero è quel che da secoli s'insegna – che «dove c'è società c'è diritto» –, la botte potrà dare solamente il vino che ha. La strada, come spesso succede, è scomoda; ma è inutile andar a cercare le scorciatoie che non ci sono.

Droga, è inutile cercare scorciatoie che non ci sono
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