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Un partito «di cattolici», ispirato alla dottrina sociale, è ancora utile

Con questo intervento di Pierandrea Vanni prosegue il dibattito su cattolici e politica avviato con i contributi di Riccardo Saccenti, di Domenico Delle Foglie e del vescovo Gastone Simoni. Altri interventi sono già previsti per le prossime settimane.

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Elezioni (Foto Sir)

La dispersione del voto dei cattolici italiani non è certo una novità. Risale alla fine della loro «unità politica» con la scomparsa della Dc, quindi è ormai datata. Semmai è sembrata tornare di attualità perché il 4 marzo uno dei partiti figli della diaspora democristiana e del sistema maggioritario, l’Udc, pur collegata a «Noi con l’Italia», ha registrato un risultato totalmente negativo e liste dichiaratamente cattoliche come «Il Popolo della famiglia» si sono fermate a percentuali irrilevanti.

Dunque, verrebbe da dire, nulla di nuovo sotto il sole, nel senso che ormai da tempo non esiste più il voto cattolico inteso come una sorta di monolite (che nemmeno la Dc dei tempi migliori ha incanalato e rappresentato totalmente) e al tempo stesso, esaurita l’ultima generazione democristiana e magari anche la prima post Dc, «le nuove generazioni di cattolici sembrano segnate dallo stigma dell’irrilevanza», come ha scritto su questo giornale Domenico Delle Foglie in una lucida e interessante analisi. Il pericolo e le conseguenze dell’irrilevanza sono state evocate molte volte – valgano per tutte le sollecitazioni e l’impegno coerente di monsignor Gastone Simoni per scongiurarle – ma sembrano essere cadute nel vuoto.

Come se per molti cattolici, singoli ma anche organizzati, anche solo affrontare questi temi possa in qualche modo pesare sulla libertà e l’autonomia delle scelte, comprese quelle elettorali. In realtà le vicende di questi anni dimostrano che un partito «di cattolici», e sottolineo questa definizione, saldamente ispirato alla dottrina sociale della Chiesa e al suo costante impegno in questo campo, ancorato ad un’ispirazione cristiana a tutto campo e, come osserva monsignor Simoni nella sua bella lettera al direttore Andrea Fagioli, «identitario ma non settario, non integralistico, non sanfedista», questo partito potrebbe essere utile non solo alla comunità cattolica ma al Paese.

Aggiungo che il disastro compiuto dai partiti eredi o pseudo tali, della Dc, la corsa a frazionarsi, i personalismi esasperati, i ripetuti cambiamenti di collocazione politica e di casacca (come è accaduto anche il 4 marzo) hanno dato un colpo durissimo a questa prospettiva. E al di là dei problemi posti  dal sistema maggioritario o da quell’ibrido con poco cervello rappresentato dal Rosatellum.

Per chi lo vorrà sarà necessario ripartire ex novo e costruire un percorso non facile. Intanto serve un confronto aperto, a più voci, come quello che «Toscana Oggi» ha sempre favorito. Ma servono anche uomini e donne di buona volontà, delusi ma non rassegnati, servono chiarezza su tutti e da tutti i fronti. E qui il discorso si fa, se possibile, ancor più complicato.

Un partito «di cattolici», ispirato alla dottrina sociale, è ancora utile
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