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Kme: riorganizzazione con 275 esuberi, propone Cig a zero ore

L'azienda prevede la fermata del più grande forno dello stabilimento di fornaci di Barga e la chiusura dell'officina Lime di Campo Tizzoro. Secondo la Fiom-Cgil si tratta di scelte «sbagliate perché non garantiscono né una soluzione socialmente compatibile alle persone sottoposte ai licenziamenti né un futuro a tutti gli altri lavoratori»

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Il Gruppo Kme stima un esubero di 275 persone e propone, per gestirli, la Cassa integrazione a zero ore. Il piano è stato presentato oggi ai sindacati ed è dovuto, spiega una nota, alla «pesante situazione economica e di mercato, senza che ad oggi vi siano segnali di inversione di tendenza».

Per quanto riguarda le attività italiane, Kme prevede la fermata di uno dei cinque forni fusori nello stabilimento di Fornaci di Barga (Lucca) massimizzando al contempo l'utilizzo del nuovo forno per la raffinazione del rame, appena installato nello stesso sito. E' stata poi decisa la fermata dell'officina meccanica Lime di Campo Tizzoro (Pistoia), da tempo priva di commesse.

A causa di queste azioni e del calo «ormai strutturale» dei volumi (-43% negli ultimi otto anni e -7% nel 2012 nei confronti del 2011) è necessaria una «razionalizzazione dell'organico». La società prevede quindi un esubero di 275 persone (95 nel sito di Serravalle Scrivia, 142 nel sito di Fornaci di Barga, e 38 presso le officine Lime di Pistoia). Per gestirli, Kme auspica che «attraverso una trattativa, si possano trovare delle soluzioni ad impatto sociale sostenibile, quali la cassa integrazione a zero ore». Tali soluzioni, però, precisa Kme, «dovranno anche essere risolutive ed adeguate ad assicurare un futuro all'azienda». L'azienda, conclude la nota, confida nella «consapevolezza della situazione e nel senso di responsabilità» dei sindacati.

Secondo Mauro Faticanti della Fiom-Cgil queste scelte sono «sbagliate perché non garantiscono né una soluzione socialmente compatibile alle persone sottoposte ai licenziamenti né un futuro a tutti gli altri lavoratori degli stabilimenti italiani».

«Garantire il mantenimento dei siti industriali e loro missione produttiva è l'unica soluzione che può tenere insieme la difficile fase economica con una fase sociale sempre più delicata. Per fare questo - conclude il sindacalista - ci vuole prima un piano industriale che risponda a queste caratteristiche poi mettere in campo tutti gli ammortizzatori sociali possibili e necessari per rendere tale piano industriale credibile industrialmente e compatibile socialmente con il destino di centinaia famiglie che rischiano di perdere salario.

Fonte: Asca
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