Vita Chiesa
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Don Bargigia. Card. Betori: «La sua malattia, vocazione nella vocazione»

La chiesa di Gesú buon Pastore a Casellina (Scandicci), non è stata sufficiente per accogliere i tanti che oggi pomeriggio hanno reso l’ultimo saluto a don Paolo Bargigia. In tanti hanno dovuto seguire dall’esterno, grazie all’amplificazione, le esequie celebrate dal card. Giuseppe Betori.

Don Paolo Bargigia (Foto Dire)

Bargigia, malato di Sla, è deceduto dopo una lotta contro questa grave patologia durata tre anni. Aveva 58 anni. Era stato ordinato sacerdote nel 1985 dal card. Silvano Piovanelli ed aveva trascorso molti anni in missione in America Latina, fino ai primi sintomi della malattia, tre anni fa. Punto di riferimento di Comunione e Liberazione in Toscana, era stato anche insegnante di religione al Liceo Dante, a Firenze, dove aveva avuto tra i suoi allievi anche Matteo Renzi, a lui molto legato e oggi presente alle esequie.

«Incontrare don Paolo in questi ultimi tempi - ha ricordato il card. Betori nell'omelia - obbligava a confrontarsi con quanto umanamente inaccettabile sia la sofferenza. Non è giusto però che il volto doloroso del male spietato che da tre anni lo aveva colpito offuschi la sua immagine più piena, quella che neanche la malattia ha saputo piegare: un servitore del Vangelo, un testimone di Gesù, un sacerdote totalmente speso nel servizio ai fratelli».

«La Sla – ha proseguito l’Arcivescovo - non ha intaccato questa struttura di fondo della persona di don Paolo, come egli stesso si è preoccupato di sottolineare dicendo che la sua malattia era “una vocazione nella vocazione”: non una nuova vocazione che andava a sostituire quella sacerdotale che lo aveva guidato finora, bensì un modo – un modo assai esigente – con cui il Signore gli chiedeva di vivere la sua vocazione di sempre: essere prete. (…) In lui abbiamo riconosciuto un amico di Cristo, un innamorato di Gesù, capace quindi di introdurre anche noi nell’amicizia di lui».

Commentando il brano del Vangelo di Giovanni con il colloquio tra Gesù e Pietro il Cardinale ha osservato che la «consegna di sé a Cristo» non è un «passo che possa essere compiuto a cuor leggero. È una scelta impegnativa, una scelta che comporta un’espropriazione di sé senza compromessi». Ed «è quanto abbiamo visto accadere nel corpo di don Paolo in questi ultimi tempi, con una disponibilità che ci stupiva e ce lo rendeva ancora più caro, ma che va compresa non come un atto eroico germogliato chissà come in un deserto, ma come il maturarsi in maniera eroica di un atteggiamento coltivato lungo tutta l’esistenza, mai prigioniero dei propri desideri e invece sempre pronto ad aprirsi alle esigenze dei fratelli».

«Se attorno alla bara di don Paolo vogliamo comprendere il senso della sua vita, quello di un prete autentico – ha detto ancora il card. Betori -, tutto lo ritroviamo in questa parola. Seguire Gesù è stato il segreto di don Paolo, seguirlo fin sulla croce, per poterlo seguire nella risurrezione, per sé e per noi».

«Essere fedeli al lascito che don Paolo ha seminato nella vita di ciascuno di noi come pastore nella comunità parrocchiale, come educatore nella scuola, come missionario al servizio di una Chiesa sorella, come membro del nostro presbiterio, come sofferente testimone del valore della vita, - ha concluso l’Arcivescovo - significa ora pronunciare con verità le parole della fede: «Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui […]. Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” (2Cor 4,14.18). In questa eternità, in cui si svela pienamente la gloria di Dio, accompagniamo oggi con la preghiera il nostro fratello don Paolo».

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