Vita Chiesa
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La Terra Santa si prepara a una Pasqua senza pellegrini

Betlemme è zona rossa: chiusa la basilica della Natività, proseguono le attività caritative dei francescani. «Qui non c’è nessun tipo di welfare,
e le persone più vulnerabili sono in grossa difficoltà». A Gerusalemme ci saranno le liturgie della Settimana Santa nel Santo Sepolcro, ma con la partecipazione limitata a poche persone: «Pregheremo per la fine della pandemia, nel luogo in cui Cristo ha vinto la morte»

Percorsi: coronavirus - Pasqua - Terrasanta
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«Per i cristiani qui la Pasqua è il momento più importante dell’anno, molto più del Natale. Di solito è anche il momento di maggiore affluenza dei pellegrini da tutto il mondo. Invece in questi giorni abbiamo strade deserte e chiese vuote».
A parlare è Vincenzo Bellomo, responsabile dell’ufficio di Betlemme di «Pro Terra Sancta», l’associazione che porta avanti le opere caritative per conto della Custodia di Terra Santa. Betlemme, ci racconta, è zona rossa dal 5 marzo, dal 19 marzo è scattato un coprifuoco molto rigido. Chiuse le scuole, chiuse le chiese, le moschee e le aree di culto. Chiusa la basilica della Natività, non succedeva dagli anni dell’Intifada. Vietati gli assembramenti di persone. Anche i betlemiti restano a casa. Vietato l’ingresso ai turisti, cordate di pullman hanno abbandonato la città. «L’autorità palestinese - spiega - sa che non sarebbe in grado di far fronte a un’emergenza sanitaria». Una situazione particolarmente difficile per la comunità cristiana, la cui economia è legata essenzialmente ai pellegrinaggi e ai legami con l’esterno. Ma soffre molto tutta la popolazione, visto che i check point al confine con Israele sono chiusi e il blocco impedisce di muoversi a chi normalmente lavora a Gerusalemme o in territorio israeliano. «Senza contare - aggiunge Vincenzo - che non c’è nessun tipo di welfare, e le persone più vulnerabili sono in grossa difficoltà. Il rischio che corriamo, insieme al diffondersi della malattia, è che la povertà lasci segni pesanti».
Per le minoranze cristiane che abitano i luoghi della vita di Gesù la quaresima è sempre un periodo di rinunce e digiuno: «Qui viene presa sul serio, e poi quando si arriva a Pasqua ci sono grandi momenti di festa, si canta, si balla. Quest’anno non so se la quaresima finirà». Intanto, le opere che Pro Terra Sancta porta avanti non si fermano: «Svolgiamo servizi essenziali per le persone, per gli anziani, per i disabili. Dove ci manca il personale, cerchiamo di supplire con i volontari che continuano a darci una mano: prendendo tutte le dovute precauzioni (mascherine, guanti ecc.) si sono attivati dimostrando grande sensibilità. Per il resto proviamo, ognuno con le proprie forze, a lavorare da casa per portare avanti alcuni progetti in corso e non lasciare i betlemiti soli».
Proprio dalla Toscana, erano molti i pellegrini che sarebbero dovuti partire nelle prossime settimane: «Avevamo un fitto calendario di pellegrinaggi - spiega fra Matteo Brena, commissario della Custodia di Terra Santa per la Toscana - ma abbiamo dovuto cancellare tutto. In questi giorni, sono le comunità della Terra Santa che pregano per l’Italia, perché passi presto la situazione che il nostro Paese sta attraversando». Nelle chiese italiane non ci sarà invece la Colletta per la Terra Santa, che tradizionalmente si svolge il venerdì Santo.
A Gerusalemme invece le celebrazioni e le liturgie proseguono: e durante la Settimana Santa si pregherà anche nei luoghi della Passione, senza la partecipazione di popolo ma nella certezza che tutti i cristiani saranno in comunione con la Terra Santa. Lo stato di Israele peraltro ha decretato che a ogni celebrazione religiosa possono partecipare al massimo dieci persone: esattamente il numero richiesto dalla religione ebraica perché un rito sia valido.
Nei giorni in cui si fa memoria della morte e della resurrezione di Gesù, quindi, i luoghi in cui questi avvenimenti sono accaduti saranno animati dalla preghiera. Nei giorni scorsi il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, ha firmato un comunicato insieme ai patriarchi della Chiesa Greco Ortodossa e della Chiesa Armena per dire che le tre comunità cristiane continueranno regolarmente le celebrazioni nella basilica del Santo Sepolcro, anche se per ragioni di sicurezza il numero dei partecipanti sarà «limitato a poche persone» e la basilica non sarà accessibile al di fuori delle liturgie. «Dentro la basilica - si legge nel comunicato - le preghiere delle tre comunità cristiane continueranno, anzi si intensificheranno, per chiedere al Padre celeste la fine della pandemia, la guarigione dei malati, la protezione del personale medico, la saggezza dei pastori e dei governanti e la salvezza eterna per coloro che hanno perso la vita». Una preghiera, sottolinea il comunicato, che sarà fatta nel luogo stesso in cui Cristo ha vinto la morte.
Gerusalemme ha ospitato, alcuni giorni fa, anche una preghiera interreligiosa per la fine della pandemia. L’iniziativa è stata organizzata dalla municipalità di Gerusalemme e ha riunito i capi delle tre religioni abramitiche, insieme ad altri rappresentanti religiosi. Dopo il benvenuto del sindaco di Gerusalemme, i capi delle diverse fedi hanno voluto pregare ad alta voce uno a uno. Per i cristiani ha preso la parola il patriarca greco ortodosso Teofilo III. C’è stato poi un momento di preghiera silenziosa, in cui ognuno ha pregato secondo la propria tradizione.
«Io personalmente ho pregato il Padre Nostro, la preghiera che ci ha insegnato Gesù e che contiene l’indicazione “liberaci dal male”, che credo sia la più efficace in questo momento» ha spiegato padre Patton, che ha partecipato all’incontro. «Da quando sono qui a Gerusalemme questa è la prima volta che ci viene chiesto di ritrovarci insieme e, nel rispetto anche della propria fede, pregare Dio perché cessi la pandemia» ha aggiunto. «Noi lo avevamo auspicato perché già in uno dei comunicati di noi capi delle Chiese che hanno la responsabilità per il Santo Sepolcro avevamo chiesto che tutti i figli di Abramo  e i credenti delle altre religioni si riunissero per pregare e invocare la fine della pandemia. La malattia stessa ci riporta con i piedi per terra alla nostra condizione di creaturalità. Anche se qualcuno ha coltivato il delirio di onnipotenza in chiave scientista o delle capacità umane, purtroppo poi questo tipo di esperienza ci riporta alla nudità di Adamo, alla esperienza diretta e immediata della fragilità».

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