Vita Chiesa
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Maria Assunta: card. Betori, ritrovare fraternità dei popoli che le guerre negano

L’arcivescovo di Firenze richiama poi a difendere la dignità dell’uomo, in particolare dei carcerati, e invita a vivere oltre il consumismo

Maria Assunta: card. Betori, ritrovare fraternità dei popoli che le guerre negano

Bisogna ritrovare la fraternità dei popoli che sono “chiamati a riconoscersi unica famiglia umana, una verità che le guerre negano e le ingiustizie avversano”. Lo ha detto l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori durante l’omelia pronunciata in Cattedrale nella Solennità dell'Assunzione di Maria.

Per Betori occorre “alzare lo sguardo” che “non vuol dire abbandonare la terra. La speranza cristiana non è invito a uscire dal mondo, ma orientamento per la nostra vita di tutti i giorni. Lo sguardo del cristiano si alza certamente al cielo, ma si proietta al tempo stesso oltre, verso il futuro” ha aggiunto chiedendo poi di difendere sempre la dignità “della persona umana, che nella cultura e negli assetti sociali egemoni trova oggi ostacoli e inerzie”. Betori ha quindi denunciato in particolare “la condizione delle nostre carceri, in cui le persone soffrono a causa di strutture non adeguate e lontane da quella finalità di redenzione che dovrebbe essere lo scopo della pena. Faccio mio il grido che esce da Sollicciano, la voce di quanti sono a fianco dei detenuti e chiamo a risposte responsabili quanti hanno potere di fare qualcosa”. Infine un richiamo contro il consumismo: “Viviamo in un mondo che sembra tutto concentrato sull’istante: una vita senza respiro, ridotta a un vortice di esperienze frammentarie, che si esauriscono nell’atto stesso della loro realizzazione. Sembra che nulla resti del passato e che nella possa aspirare al futuro. Il consumismo non si limita al mercato delle cose, che richiede sempre nuovi acquirenti e quindi crea sempre nuovi bisogni; c’è anche un consumismo dei valori, degli ideali, dei comportamenti, delle parole”, ha concluso l’arcivescovo di Firenze.

Di seguito l’omelia dell’arcivescovo

«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49), canta Maria nell’inno di grazie con cui risponde al saluto di Elisabetta. Davvero grandi cose Dio ha fatto per lei e per mezzo di lei. La giovane di Nazaret, “l’umile serva” del Signore è stata scelta per diventare la Madre del Figlio di Dio fatto uomo. È lei la «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), docile alla volontà di Dio. «Avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), ha risposto all’angelo dell’annunciazione; una disponibilità che ha cambiato la storia.

Dal suo grembo è nato infatti un bambino che è la presenza di Dio nel mondo, la speranza dei poveri, il volto vero dell’uomo, inizio di una nuova umanità. Il serpente della Genesi, drago minaccioso dell’Apocalisse, non potrà prevalere su questo bambino e sul popolo che da lui ha origine. Non sarà la morte a divorarlo, non potrà distruggerlo la croce; proprio dalla croce sboccerà la vita del Risorto, colui che ascendendo al cielo è diventato il Signore della storia: «rapito verso Dio e verso il suo trono» (Ap 12,5).

              Maria segue il Figlio in ogni suo passo. È lei ad aprirgli la strada nel tempo dandolo alla luce nella grotta di Betlemme; ascolta e medita le parole e i gesti della sua vita; lo indica a Cana come colui a cui dobbiamo obbedire facendo sempre quello che egli ci dirà; con il cuore trafitto contempla il suo sacrificio ai piedi della croce; si associa alla preghiera dei discepoli in attesa dello Spirito che li invierà in missione; per singolare privilegio fin d’ora è unita anima e corpo al suo Figlio, anticipando quello che il Padre vuole sia l’esito finale del cammino di ciascuno di noi.

              Questo è il mistero che oggi celebriamo, in cui risplende la «donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (Ap 12,1): Maria, la nuova Eva che in Gesù genera tutti noi, popolo messianico, divenendo la nostra Madre; immagine della Chiesa, che nel tempo continua a generare figli per Dio. È un mistero di gloria, che ci fa alzare lo sguardo e contemplare la meta che sorregge la nostra speranza.

              Ma alzare lo sguardo non vuol dire abbandonare la terra. La speranza cristiana non è invito a uscire dal mondo, ma orientamento per la nostra vita di tutti i giorni. Lo sguardo del cristiano si alza certamente al cielo, ma si proietta al tempo stesso oltre, verso il futuro. Non ci mostra cioè soltanto la relatività delle cose di quaggiù rispetto a quelle divine, ma ci aiuta anche a giudicare le cose del momento in rapporto a quelle eterne. È uno sguardo di speranza, che permette di dare il giusto peso alle cose di ogni giorno, di misurarle secondo verità, oltre le apparenze.

              Viviamo in un mondo che sembra tutto concentrato sull’istante: una vita senza respiro, ridotta a un vortice di esperienze frammentarie, che si esauriscono nell’atto stesso della loro realizzazione. Sembra che nulla resti del passato e che nella possa aspirare al futuro. Il consumismo non si limita al mercato delle cose, che richiede sempre nuovi acquirenti e quindi crea sempre nuovi bisogni; c’è anche un consumismo dei valori, degli ideali, dei comportamenti, delle parole. Papa Benedetto XVI parlò giustamente di “dittatura del relativismo”.

              Abbiamo bisogno di riferimenti certi, per non restarne preda. Ma questi non possono venire da noi stessi: conosciamo i nostri limiti, le nostre fragilità. Solidità può venirci solo da colui che domina la storia perché, come ha ricordato san Paolo, è in grado di ridurre «al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza» (1Cor 15,24), cioè i poteri di questo mondo. Gesù, il Figlio di Maria, il Signore, “primizia dei risorti”, è colui che può mostrarci la via della vita, quella vita al cui pieno compimento ha condotto sua Madre.

              Lo sguardo dell’Assunta ci dice che possiamo sperare: c’è un cielo aperto di fronte a noi. Lo dice ai poveri, nel dolore dei mille volti della sofferenza; lo dice ai giovani, le cui attese sembrano non trovare mai un appagamento che basti; lo dice a ciascuno di noi, tutti in modi diversi segnati da fatiche e desideri. A chi dispera di giungere alla verità, a chi non sente più amore in sé e attorno a sé, l’esile figura della speranza viene a sostenere i passi incerti della fede e della carità. «È lei questa piccola, che spinge avanti ogni cosa – scriveva Charles Péguy –. Perché la fede non vede se non ciò che è. E lei, lei vede ciò che sarà. La carità non ama se non ciò che è. E lei, lei ama ciò che sarà... La piccola speranza. Avanza».

              La promessa che ci viene incontro nel corpo trasfigurato di Maria assunta in cielo, ci dice che la nostra speranza di una vita in grado di sconfiggere le ombre del tempo non è un’illusione. Il fondamento sta nella Pasqua di Cristo, ed egli ne fa partecipe chi si fa tutt’uno con lui, prima fra tutte sua Madre. È una speranza che non solo dona consolazione, pur non negando questo orizzonte che sostiene il cuore, ma fa appello anche al nostro impegno. Il mondo nuovo che Maria mostra compiersi nella sua vita è immagine di un progetto di rinnovamento della storia. Tra i molteplici ambiti in cui esercitare la nostra responsabilità ne indico due.

Il primo, imprescindibile, è quello della pace, di una ritrovata fraternità dei popoli chiamati a riconoscersi unica famiglia umana, una verità che le guerre negano e le ingiustizie avversano. Risuonano attuali le parole di Giorgio La Pira a Mosca: «Il nostro disegno architettonico, dev’essere questo: dare ai popoli la pace, costruire case, fecondare i campi, aprire le officine, scuole, ospedali, far fiorire le arti e i giardini, ricostruire e aprire dovunque le chiese e le cattedrali. Perché la pace deve essere costruita a più piani, ad ogni livello della realtà umana: livello economico, sociale, politico, culturale, religioso. Soltanto così il nostro ponte di pace fra Oriente e Occidente diventerà incrollabile» (Discorso al Cremlino, Mosca 16 agosto 1959).

Un secondo ambito in cui offrire segni dell’eterno nel tempo è quello della difesa della dignità della persona umana, che nella cultura e negli assetti sociali egemoni trova oggi ostacoli e inerzie. Va denunciato in particolare per quel che riguarda la condizione delle nostre carceri, in cui le persone soffrono a causa di strutture non adeguate e lontane da quella finalità di redenzione che dovrebbe essere lo scopo della pena. Faccio mio il grido che esce da Sollicciano, la voce di quanti sono a fianco dei detenuti e chiamo a risposte responsabili quanti hanno potere di fare qualcosa.

              Maria, dal cielo in cui regna accanto al Figlio, ci mostra Gesù, perché in lui, nella sua parola e nei gesti con cui ci comunica la sua grazia, riconosciamo la speranza della nostra vita, quella che ne permette una sopravvivenza eterna. Da lei lasciamoci guidare, come stella di speranza, verso il sole di verità e di amore che è Cristo Gesù, suo Figlio, testimoni di vita nuova nel mondo.

Giuseppe card. Betori

Fonte: Tog
Comunicato stampa
Maria Assunta: card. Betori, ritrovare fraternità dei popoli che le guerre negano
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