Vita Chiesa
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VERONA 2006: CARD. TETTAMANZI, «LA SPERANZA COME STILE VIRTUOSO»

“Tradurre il Concilio in italiano”: questo il criterio guida per il IV Convegno ecclesiale nazionale, come ha spiegato il card. Dionigi Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio, nella prolusione, che ha aperto oggi pomeriggio il Convegno, dopo la celebrazione eucaristica all'Arena di Verona. Arrivando alle “radici” dello stesso Convegno, ha aggiunto il cardinale, “parliamo non solo di speranza, ma anche e innanzitutto con speranza. La speranza come stile virtuoso, prima ancora che come contenuto”. Così intesa, la speranza “è parte essenziale e integrante del realismo cristiano”. Certo, ha chiarito il cardinale, “nessuno di noi può negare o attenuare l'esistenza dei tantissimi mali” dell'attuale momento storico, ma tutti “possiamo e dobbiamo riconoscere” che la speranza non è solo un “desiderio”, che riguarda “unicamente il domani”, ma “è una realtà molto concreta e attuale, che non abbandona mai la nostra terra”. Sono un “numero incalcolabile” i semi e le opere concrete di speranza in atto “nelle nostre Chiese e nella nostra società”, ha osservato il porporato, che ha invitato “a rivisitare alcuni cammini ecclesiali che stiamo facendo, a lasciarci incrociare dalle sfide di cui oggi sono segnati e a scioglierle con la forza della nostra testimonianza”.

Nella prolusione di apertura del IV Convegno ecclesiale nazionale a Verona, il card. Dionigi Tettamanzi, presidente del Comitato preparatorio, ha parlato oggi di “un triplice cammino della nostra Chiesa in Italia”. Il primo “è quello di una maturazione sempre più chiara e forte della coscienza della Chiesa circa la sua missione evangelizzatrice”. Si tratta di una missione che sta vivendo “una stagione di singolare urgenza”, avendo la consapevolezza della “distanza che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna e contemporanea”. Come “eliminare” o “attenuare” questa distanza? Per il porporato occorre tenere desta “la preoccupazione per la differenza, per la specificità della fede cristiana”, custodendo “il Dna cristiano della speranza presente e operante nella storia”. Per i cristiani “la speranza è Gesù Cristo” e la sua risurrezione, perciò, all'inizio del terzo millennio, la scommessa “cruciale” consiste “nel mettere in luce la fondamentale e ineliminabile dimensione escatologica della fede cristiana”. In effetti, ha precisato il cardinale “la speranza cristiana entra, abita, plasma e trasforma l'esistenza quotidiana”.

Per il card. Tettamanzi, “la speranza in Cristo genera un rinnovato pensiero antropologico” perché “coinvolge l'uomo nella sua radicalità”, avendo “un formidabile potere di trasformazione sulla visione, di più sull'esperienza odierna dell'uomo”. Perciò, alla Chiesa italiana spetta “il compito di elaborare una rinnovata figura antropologica sotto il segno della speranza”: esiste, infatti, “un'intelligenza della speranza da cui deriva un sapere della speranza che si ripercuote sulla questione antropologica”. Un secondo cammino è “quello di una maturazione della coscienza e delle prassi della comunione ecclesiale”, che sia “più ampia, più intensa, più responsabile” e perciò “più missionaria”. Dalla comunione della Chiesa, che è “cattolica”, chiamata cioè a “coinvolgere tutti”, nasce la “missio ad gentes” e la “realizzazione della mondialità e della grande questione della giustizia e della pace”. La comunione, poi, conduce alla “collaborazione” e alla “corresponsabilità”. Il cardinale ha, quindi, evidenziato come dal Convengo si attenda “una parola” sui laici e sul laicato”.

“È venuta l'ora – ha detto il card. Tettamanzi, richiamando la Christifideles laici – in cui la splendida teoria sul laicato espressa nel Concilio possa diventare un'autentica prassi ecclesiale”; occorre, quindi, rinnovare il riconoscimento del diritto e insieme della responsabilità dei laici, Necessaria, anche “una più ampia e profonda opera formativa dei laici”. Giungendo al terzo cammino, “cuore del Convegno”, il cardinale ha ricordato che la testimonianza di Gesù Risorto “è dono e compito di tutti i cristiani ed è questione di ogni giorno”. In realtà, “la testimonianza è questione globale e unitaria di spiritualità, di pastorale e di cultura”, ma presuppone anche “un umile e forte esame di coscienza e diviene il frutto di una vera e propria conversione: a Cristo e all'uomo”. La forma specifica della testimonianza cristiana “è la coerenza con la grazia e le responsabilità che ci vengono dall'incontro vivo e personale con Gesù, dall'obbedienza alla sua parola, dalla sequela del suo stile di vita, di missione e di destino”. “Testimone - ha concluso il cardinale - è chi vive nella logica delle beatitudini evangeliche”, anche a prezzo “dei grandi e piccoli martiri della fede”.
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Verona, un'arena per la Chiesa italiana

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